SEI IN BOOKS Copertina Il riscatto

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L'italia e l'indutria internazionale

Il riscatto

Gli autori si confrontano per offrire proposte per una ripresa dell’Italia attraverso un programma di nuova industrializzazione, rafforzando gli investimenti internazionali nel nostro Paese

Il riscatto non è solo il titolo del libro, ma diventa l’atteggiamento dei “ragionevoli ottimisti” contro la cupezza dei declinisti, ovvero di coloro che invece sostengono un atteggiamento pessimistico nei confronti del paese e del suo futuro.

Perché, si legge nel libro di Beccalli Falco e Calabrò, “L’Italia è pur sempre il secondo Paese manifatturiero d'Europa, dopo la Germania, soprattutto grazie a un sistema di imprese medie e medio-grandi leader in nicchie d'eccellenza, nelle macchine utensili, nella componentistica, nella chimica e nella gomma, nella meccanica di precisione, oltre che nei tradizionali settori del made in Italy dell'abbigliamento, dell'arredamento e dell'agro-alimentare”.

Si parla quindi di riscatto, ma da che cosa? “Dai pericoli di marginalità. Dai limiti politici e sociali… da una crisi di pensieri e opere che contraddicono gli spiriti generosi di rinnovamento. Un riscatto che ricorda il Rinascimento, il Risorgimento, la ripresa degli anni cinquanta–sessanta chiamato boom economico. Un riscatto per una nuova, orgogliosa stagione economica”.

Si evince nel libro una lettura precisa, attenta e puntuale dei diversi motivi che hanno portato il paese alla situazione attuale, ma sempre con un occhio positivo, quello di un’Italia intesa come “paese aperto”. Perché la crisi è insieme pericolo e opportunità e “porta in sé pure le ipotesi di uscita”.

Gli autori passano così dal raccontare le storie delle multinazionali che si ritirano dall'Italia, alle iniziative di successo di chi invece arriva o rafforza gli investimenti. Dall’analizzare i vincoli del sistema Paese (la legislazione pletorica, confusa e mutevole, gli eccessi di burocrazia, la corruzione, la lentezza della giustizia, il fisco, l'alto costo dell'energia, la scarsità delle infrastrutture, i limiti per ricerca e formazione, le rigidità del mercato del lavoro), a quelle delle politiche del nuovo governo (le liberalizzazioni, un fisco più semplice ed equo per chi investe, a maggiori diritti e doveri per i lavoratori, per giungere alla riforma di una giustizia più efficiente, cioè chiara e tempestiva e contemporaneamente più efficace, cioè capace di assicurare una giustizia di qualità).

E a chi ancora si chiede perché investire in Italia, gli autori rispondono che una ragione è la sua cultura complessa e sofisticata, trasversale rispetto a luoghi geografici e a strati sociali non ancora usurati da culture (inculture) di massa di basso profilo”. E infine “ la cultura industriale italiana è cultura nel senso migliore del termine, sofisticata, politecnica, funzionale, dunque competitiva”.

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