Un’altra tegola si sta per abbattere sull’Eni
Eni, la Procura di Milano chiede di bloccare le attività in Kazakhistan
L'inchiesta ha per oggetto una presunta tangente da 20 milioni di dollari che, secondo l'accusa, avrebbe finanziato una parte dell'investimento nel giacimento di Kashagan
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Ci sarebbero atti di corruzione internazionale dietro i contratti dell'Eni in Kazakistan. E' questa la tesi della Procura di Milano che ritiene che l'Eni abbia pagato tangenti per almeno venti milioni di euro e sia arrivata fino a corrompere il genero del presidente Kazako. I fatti risalgono al 2007 quando è iniziato lo sfruttamento del più grande giacimento petrolifero scoperto negli ultimi trent'anni.
Per questo motivo la Procura di Milano ha chiesto al Tribunale di Milano di scegliere tra due opzioni: o commissariare Agip Kco, società controllata dal gruppo energetico che opera in Kazakhistan, o vietarle di negoziare contratti nuovi e vecchi nel Paese centroasiatico dove l’Eni è impegnato da anni a Karachaganak. Ma soprattutto a Kashagan sul Mar Caspio nello sfruttamento di quello che viene considerato il più grande giacimento di petrolio e di gas degli ultimi 30 anni.
L'Ad di Eni, Paolo Scaroni, non mostra preoccupazione per l'inchiesta che ha portato la procura di Milano a chiedere di commissariare Agip Kco, la divisione operativa del gruppo in Kazakistan, o in alternativa di proibirle di continuare a negoziare contratti nel Paese per quel che riguarda il campo petrolifero di Kashagan. "È una indagine che si riferisce a episodi del 2004-2005 e dal 2009 noi collaboriamo. Aspettiamo di vedere cosa succede. Sono sereno", ha detto Scaroni a margine di una conferenza alla Camera.
L'Eni, presente dal 1992 in Kazakhstan, è responsabile della realizzazione della prima fase dello sviluppo di Kashagan affidato al consorzio North Caspian Sea Production Sharing Agreement, al quale partecipa con il 16,81% accanto a Shell, ExxonMobil e Total, e all'ente petrolifero kazako KazMunaiGas.













